Le Olimpiadi di Roma del 1960 si svolsero nel pieno della crescita demografica ed edilizia che avrebbe trasformato radicalmente la città. La pianificazione urbanistica ha tentato di governare quella trasformazione, senza riuscirci fino in fondo, mentre andava a consolidarsi un assetto infrastrutturale fondato soprattutto sull’automobile e sulla rete stradale: un’impostazione che si è sovrapposta all’espansione urbana e che continua ancora oggi a determinarne in larga parte il funzionamento.
Roma2060 assume il centenario di quei Giochi olimpici come orizzonte di lavoro. È una data ancora lontana nel calendario, ma non sulla scala delle grandi trasformazioni urbane, soprattutto quando si tratta di correggere un indirizzo infrastrutturale consolidato da decenni.
Il 2060 non è la previsione di una Roma futura, né la scadenza di un programma. È il tempo lungo entro cui Roma può diventare (anche) una città normale, capace di funzionare nella vita quotidiana prima ancora di ospitare un evento straordinario.
Da questa prospettiva nasce Roma2060: un laboratorio indipendente di studi sulle infrastrutture e sul territorio, che guarda alla città oltre il ciclo dell’emergenza e del grande evento. Un ciclo che concentra risorse e decisioni entro scadenze eccezionali, produce opere spesso isolate e si esaurisce senza modificare stabilmente il funzionamento urbano.
Le trasformazioni urbane durano più delle amministrazioni che le decidono e dei finanziamenti che le rendono possibili. Ferrovie, reti idriche ed energetiche, sistemi del verde e politiche per la casa si sviluppano su scale temporali diverse e producono effetti reciproci. Roma2060 lavora su queste durate e su queste relazioni, attraverso dati, cartografie e riflessioni.
Roma non è più semplicemente una città radiale. La relazione che legava il centro al suo territorio si è progressivamente indebolita. La città di tutti i giorni, dove vive la maggior parte delle persone, continua però a nutrire entrambe le parti: mantiene vivo il centro storico oltre la sua dimensione monumentale, turistica e museale e dà senso all’Agro romano, che ha storicamente definito la forma, le risorse e il paesaggio di Roma, ma rimane ancora marginale e – per diverse ragioni - a rischio.
Il problema non è soltanto ridurre la convergenza verso il centro, ma riannodare queste tre parti della città. Una Roma multinodale mette direttamente in relazione i suoi differenti contesti, ricomponendo il rapporto tra il centro storico, l’Agro e la città di tutti i giorni. È un criterio trasversale che riguarda tutte le infrastrutture materiali e immateriali che sostengono e tengono insieme la città.
Il lavoro è organizzato in cinque anelli. Sono cinque campi di ricerca e proposta, distinti ma interdipendenti, attraverso i quali leggere la stessa città:
- Cultura — patrimonio, ricerca, produzione culturale, luoghi e accesso ai saperi.
- Energia — fonti rinnovabili, efficienza, reti, comunità energetiche e autonomia.
- Mobilità — ferrovie, metropolitane e tranvie per una città multinodale e accessibile.
- Clima — acqua, suolo, verde, biodiversità, comfort urbano e risposta agli eventi estremi.
- Fondamenti — salute, casa, lavoro, sicurezza, sostegno e relazioni.
Gli anelli non sono i capitoli separati di un piano. Servono a puntare i riflettori su questioni che, nella città, agiscono sempre insieme. Una nuova infrastruttura di trasporto modifica l’accessibilità, il suolo, il clima urbano e le condizioni quotidiane delle persone. Una rete energetica occupa spazi che appartengono anche al paesaggio e ai beni culturali. L’emergenza abitativa non riguarda soltanto la disponibilità di case, ma anche la loro accessibilità, la distribuzione dei servizi, il costo dell’energia e la possibilità di raggiungere luoghi di lavoro, assistenza e formazione. Distinguere questi ambiti non significa isolarli, ma comprenderne le intersezioni.
Su queste intersezioni Roma2060 elabora idee e proposte. La piattaforma è aperta al contributo di chi voglia discuterle, integrarle o proporne di nuove.
